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Gian Carlo Venuto Amores/Incontri

487ª mostra d’arte della Galleria Sagittaria di Pordenone nataleApordenone

Inaugurazione sabato 10 dicembre ore 17.30

Ad aprire la mostra è un omaggio al Centro Iniziative Culturali Pordenone, il cui marchio è composto dai sette elementi di un Tangram: gli stessi che – realizzati a mosaico – Gian Carlo Venuto dispone, all’ingresso della sua personale, a formare una benaugurante colomba della pace.

Che nei nostri tempi ci si debba all’improvviso confrontare con la dimenticata precarietà di tale valore è purtroppo un dato di fatto, al punto che la sua affermazione visiva potrebbe rasentare il setaccio dei buoni sentimenti.

Ma a fugare possibili dubbi al riguardo giungono subito due opere acri, che parlano del dolore di una umanità offesa, incatenata, calpestata e uccisa: entrambe datate agli anni settanta, esse fanno affiorare da tele che sembrano intonaco scalcinato le figure di uomini inermi, ripescate dal gorgo di un ospedale psichiatrico (ai tempi delle sperimentazioni triestine di Franco Basaglia) e dalla notte disperata di un fetido straccio di terra, ad Ostia; da lì il cadavere di un poeta si offre scorciato al nostro sguardo, nell’oltraggiata perfezione di una prospettiva rinascimentale.

Sono lavori, questi, capaci di indirizzare l’apprezzamento delle altre opere esposte, che possono a prima vista apparire molto diverse, considerata la ricchezza cromatica e la densità delle stesure.

Eseguiti nell’arco dei venticinque anni trascorsi dall’ultima mostra personale di Gian Carlo Venuto alla Galleria Sagittaria, oli, incisioni e affreschi testimoniano invece con analoga forza una poetica adesione alla realtà mediata da scrittori e artisti legati alla terra che l’autore meglio conosce (ecco quali sono gli Incontri, da Amedeo Giacomini a Elio Bartolini, dal Rilke delle Elegie duinesi a Tina Modotti, ritrovata sulle coste del Messico), o una visione di natura che fa anche dell’elemento decorativo lo strumento di una ritmica introspettiva: è quanto accade nella lunga serie dei Cieli, liquide velature di nubi sciolte sulla tela o raggrumate concrezioni d’olio e di vento su tavole e cornici, ma pure nei cadenzati festoni vegetali di Danubius umbratilis, che sembrano da sempre pencolare su un mondo umido e oscuro, in cui ogni giorno attraverso l’arte tocca ricercare il senso delle cose.
O, ancora, quel che le opere manifestano sono i dialoghi – ecco gli Amores! – intrecciati dall’artista con l’antico e con la dimensione del sacro; e in questo caso, che il riferimento vada alla pittura romana (nei ritratti di provinciali mediterranei sospesi nel tempo, che Venuto definisce Migrantes) o ai Crocifissi padovani di Donatello (primo fra tutti quello – sublime – di recente riscoperto nella Basilica dei Servi), il prisma della citazione culturale serve sempre a riflettere l’immagine da cui si è partiti: quella di un uomo eroicamente inchiodato alla propria fragilità.

Che da lì vi sia comunque modo di dare fiato alla speranza è testimoniato dal grande cartone di un affresco realizzato nella Chiesa della Marigolda a Curno (BG); l’Albero della vita si flette al vento, ma accetta la tempesta come il pellegrino la lunghezza del cammino che lo attende. - Fulvio Dell’Agnese

ultima modifica 2022-12-07T09:50:16+01:00
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