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Pordenone è bella! Scopri i suoi luoghi più significativi della città, completi di foto, video e descrizioni disponibili in cinque lingue diverse.

Agosto 2018. Questa fotografia appartiene al Comune di Pordenone ed è distribuita con Licenza Creative Commons CC-BY.

Descrizione e cenni storici sul palazzo comunale di Pordenone

Municipio di PordenoneIl palazzo del Municipio, denominato originariamente lozza, sorse probabilmente alla fine del XIII secolo (il 1291 è l’anno supposto), nella parte più antica ed elevata dell’abitato, in stretta relazione col Duomo e col porto fluviale sul Noncello.

La struttura originaria, interamente in cotto, con pianta trapezoidale, si componeva di una Loggia inferiore, aperta su tre lati con tre archi a sesto acuto sulla facciata e due ai fianchi, e di una sala a livello superiore. La Loggia era adibita all’amministrazione della giustizia e alle riunioni ufficiali, la parte superiore era destinata ad usi diversi: fontego, ossia magazzino per scorte di granaglie, luogo di custodia delle armi, spazio per spettacoli teatrali e di intrattenimento, come del resto in alcuni momenti anche la sottostante Loggia. Sul fianco esterno di ponente sono ancora visibili le tracce della  scala a due rampe che conduceva al piano superiore.

Dal 1540 davanti alla facciata si collocava una base con pilastro che sosteneva l’antenna della bandiera con il Leone di San Marco, eliminata poi nel 1885 per ragioni di viabilità.

Nel 1542 la facciata si arricchisce di pinnacoli gotici e di un avancorpo a torre su disegno dell’artista Pomponio Amalteo, allievo e genero del Pordenone, costituito da quattro blocchi: arco d’accesso con stemma del Leone di San Marco, balcone per proclami, orologio e dado sommitale che sorregge la campana civica (quella attuale è del 1838) e due paggi reggiscudi, con lo stemma di Pordenone e quello della casata d’Austria, che battono le ore, chiamati popolarmente “mori”.

Nel 1626 la sala superiore viene abbellita con il dipinto dell’artista Alessandro Varotari detto Il Padovanino raffigurante San Marco e la Giustizia, commissionato appositamente per tale spazio. La stessa sala consiliare poi, a partire almeno dal 1811, ospitò altre opere d’arte, incrementate alla fine dell’800 con la donazione di Michelangelo Grigoletti, che costituirono la Pinacoteca della città fino alla istituzione del Museo civico di Palazzo Ricchieri nel 1970.

Agli inizi degli anni ’20 del Novecento la giunta decise di ampliare il palazzo comunale per collocare gli uffici che erano distribuiti in più sedi all’interno della città. Nel 1925 si affidò l’incarico di ampliamento all'architetto Cesare Scoccimarro che in qualche modo cercò di seguire le caratteristiche formali dell’antica Loggia. Il nuovo edificio, concluso nel 1928, si addossò all’originaria Loggia e, eliminando lo stretto vicolo chiamato “dietro la loggia” o “calle Roviglio”, prese il posto dei retrostanti edifici in rovina che vennero demoliti.

A metà anni Cinquanta del Novecento, per il continuo crescendo delle attività comunali, strettamente correlato all’aumento della popolazione e del ritmo della vita cittadina, si decise di ampliare ulteriormente la sede del Municipio. Questo nuovo intervento porta la firma dell’architetto Ignazio Cardarella e fu realizzato in più riprese tra il 1957 e il 1976. Il progetto di Cardarella si è concretizzato a sud in una “galleria ad arcate pensili”, che si sviluppa lungo il perimetro esterno dell'edificio. Anche in questo caso il nuovo edificio venne a sostituire le vecchie e fatiscenti abitazioni che occupavano l’area dell’antico borgo.

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Descrizione e cenni storici sul Teatro comunale di Pordenone
Viale Franco Martelli, 2 - 33170 Pordenone PIN Goolge Maps
Sito web del teatro www.comunalegiuseppeverdi.it

Teatro comunale Giuseppe VerdiStoricamente il teatro ha sempre trovato la sua ideale collocazione nei luoghi centrali delle città.
A Pordenone inizialmente fu la Loggia, sede del Municipio, ad ospitare almeno dalla seconda metà del Cinquecento le prime rappresentazioni teatrali cittadine e tale funzione continuò fino agli inizi del XIX secolo. Nel 1831 si inaugurò il teatro Concordia, diventato Sociale nel 1845, la cui facciata neoclassica si affacciava sul corso principale della Contrada Maggiore.

Lo stile del Teatro Sociale, con le sue alte colonne ed il suo importante timpano, venne successivamente ripreso nella costruzione del Teatro Licinio a inizio Novecento Il progetto del nuovo teatro fu realizzato dall’architetto udinese Provino Valle (1887-1955) e successivamente modificato da Luigi Querini.
La struttura aveva caratteristiche tipiche di teatro ottocentesco: un foyer con scala elicoidale illuminata dall’alto e una sala a pianta circolare, ornata da una serie di palchi sovrapposti.

A partire dal secondo dopoguerra la sala si rivelò però inadatta ad ospitare la nuova passione del grande pubblico: il cinema. Fu così che il Licinio fu sostituito dal Teatro-Cinema Verdi, costruito negli anni Cinquanta, su progetto di Nino Donadon (1924-2018, figlio di Tiburzio Donadon).
Con il passare del tempo anche il Teatro-Cinema Verdi incominciò un inesorabile declino e venne chiuso definitivamente a fine anni Novanta e demolito nel 2001.

I nuovi lavori per la costruzione del Nuovo Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” furono avviati nel 2002 e durarono circa due anni. L'inaugurazione del teatro è avvenuta nel maggio 2005.
Il nuovo teatro è un edificio dalla bellezza contemporanea che si esprime attraverso forme morbide e dinamiche.

La sua sala principale contiene 986 posti a sedere, di cui 436 in platea e i rimanenti dislocati nelle tre gallerie. È dotata di un eccellente livello di riverberazione acustica che la rende idonea allo svolgimento di spettacoli lirici, di prosa e musicali. Il carattere polifunzionale del teatro è sottolineato anche dalla presenza di una sala del “Ridotto”, capace di 150 posti, con un piccolo palcoscenico e una cabina per la regia e le proiezioni.

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Descrizione e cenni storici sull'ex Convento dei Domenicani di Pordenone, sede della biblioteca

Biblioteca CivicaIl convento dei padri domenicani venne costruito alla fine del XVIII secolo, fuori dalle mura cittadine, su una modesta altura circondata da terreno ineguale ricco di acque di risorgiva e delimitato da edifici ad uso agricolo, da abitazioni e dalla cosiddetta “peschiera”, ossia un laghetto artificiale.

I domenicani acquistarono da Daniele di Montereale Mantica nel 1696 tale terreno, precedentemente di proprietà comunale, che all’epoca risultava affittato a un colono che vi coltivava un orto, un frutteto e una “braida” in parte tenuta a frumento, segala e in parte lasciata a prato.

I lavori di edificazione del convento cominciarono nel 1699 ma furono ultimati, con l’annessa chiesa del Rosario (ma senza campanile), solo nel 1728, dopo varie interruzioni e riprese, trasformando in più punti la morfologia dell’appezzamento.

Per permettere la comunicazione della nuova costruzione con la città i padri domenicani chiesero e ottennero il permesso di aprire un varco nelle mura cittadine e di costruire un ponte, poi denominato Ponte delle Monache, sopra il corso della roggia dei Mulini.

Il complesso era formato dal convento, un corpo di fabbrica a due piani collocato su tre lati di un quadrato e dalla chiesa lungo tutto il lato orientale. Racchiuso entro il complesso vi era l’attuale chiostro, un quadrato perfetto dalle linee armoniose con colonne bugnate ed archi a tutto sesto. Al piano terra, alle ali nord ed ovest, c’era un corridoio interno che consentiva l’accesso alle varie stanze refettorio, cucina, forno, dispensa, uffici e foresteria.

La chiesa detta del Rosario venne consacrata nel settembre del 1729, mentre nell’agosto del 1735 furono collocate nel campanile le quattro campane; la torre campanaria minacciò però ben presto il crollo della parte estrema e così fu demolita e ricostruita con due ordini di campane. I lavori terminarono nel 1739.

Pochi decenni più tardi, nel 1770, a seguito della riforma dei conventi adottata dal Governo veneto, il convento fu soppresso e i domenicani dovettero lasciare la struttura che, successivamente, fu acquistata nel 1771 dalle monache agostiniane del vicino convento di S.Maria degli Angeli. Fra il 1771 e il 1774 vennero avviate alcune modifiche strutturali che adattarono l’edificio secondo le esigenze delle monache.

Nel 1808, a seguito della soppressione anche di questo convento, le agostiniane abbandonarono l’edificio. Successivamente un privato, Antonio Villalta, acquistò l’immobile e nel 1812 decise di demolire chiesa e campanile per ricavarne materiale da costruzione.

Negli anni successivi il convento fu adibito a caserma e gli amministratori locali, ritornati in possesso del bene nel 1853, decisero di ampliare il complesso aggiungendo l’ala dove era stata abbattuta la chiesa e di trasformarlo in caserma.

Nel 1866, quando Pordenone e il Friuli vennero annessi al Regno d’Italia, terminò l’utilizzo del convento come caserma: dal 1872 il corpo settentrionale e parte dell’ala ovest del complesso ospitò le scuole elementari e soprattutto la nuova scuola tecnica. Inoltre sul tetto fu installato anche un osservatorio meteorologico per le esercitazioni degli allievi, rimasto in funzione fino alla seconda guerra mondiale.

Nell’altra ala dell’edificio, quella meridionale e parte di quella occidentale, si modificarono gli assetti per ricavare spazi idonei per ospitare il Tribunale. I lavori cambiarono radicalmente l’aspetto autentico del convento: su tutte le facciate vennero chiuse la maggior parte delle finestre preesistenti e lo stesso impianto distributivo subì delle trasformazioni dando all’edificio l’impianto di oggi.

Durante la prima guerra mondiale il complesso divenne ospedale militare. Nel 1919 furono eseguiti sull’immobile dei lavori di restauro per consentire il ripristino delle sue funzioni precedenti di scuola e Palazzo di Giustizia.

Nel 1923 venne soppresso il Tribunale e rimase solamente la pretura.

Dal 1967 e fino al 2000 l’edificio fu la sede di istituiti scolastici superiori.

Dal 2003 al 2010 l’ex convento dei domenicani fu interessato da un importante progetto di restauro che lo trasformò nella nuova biblioteca multimediale della città di Pordenone.

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Descrizione e cenni storici su Palazzo Ricchieri a Pordenone, sede del Museo civico d'arte

Museo civico d'arte - Palazzo RicchieriPalazzo Ricchieri è uno degli edifici più antichi di Pordenone, lasciato in eredità al Comune nel 1949 dal conte Lucio Ernesto Ricchieri di Sedrano, con l'impegno da parte dell’ente pubblico di adibirlo “ad uso biblioteca, pinacoteca, archivio”, nonché di “conservare all’immobile il nome di Casa Ricchieri”.
Il desiderio del conte non è stato disatteso e dal 1970, dopo un importante restauro, il palazzo è la sede del Museo Civico d'Arte di Pordenone che ospita la pinacoteca, con opere tra l’altro di Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone e una notevole sezione di scultura lignea.

In origine l’edificio era molto diverso da come lo vediamo oggi. La sua parte più antica è rappresentata da una massiccia casa-torre eretta nel XIII secolo, con base quadrata e fortificata a scopo difensivo, ancora visibile all’angolo del palazzo che si affaccia su piazzetta San Marco.

I Ricchieri, antichi commercianti di stoffe, nel periodo compreso tra il XIV e il XV secolo, si affermano economicamente e politicamente all’interno della città, ricevendo nel 1383 il titolo di nobiltà dalla Casa d’Austria, a cui è assoggettata la città, e nel 1389 anche dalla Repubblica Veneta.

In questo lasso di tempo, accanto alla casa-torre, acquisiscono un altro edificio, le cui decorazioni interne, realizzate ad affresco e databili tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV secolo, costituiscono una viva testimonianza della loro affermazione all’interno della società del tempo. Sono ancora visibili infatti sia al primo che al secondo piano lacerti affrescati ispirati sia al ciclo bretone delle storie di Tristano e Isotta, sia all’epica carolingia, oltre a scene di caccia e allegoriche.

Successivamente, tra XVI e XVII secolo si assiste a importanti interventi: l’accorpamento di ulteriore corpo di fabbrica, in origine separato da un passaggio libero (l’attuale atrio), e la completa ristrutturazione del palazzo, con modifica dell’intera facciata e con la costruzione dell’imponente scalone d’onore.

Al momento del lascito e fino agli anni ’60 del Novecento, il palazzo, smembrato e adattato ad abitazioni in affitto, risulta fatiscente, tanto che si pensò addirittura a una sua demolizione. Importanti lavori di restauro e adattamento a edificio pubblico vennero eseguiti nel 1965 e alla fine degli anni ’90.

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Descrizione e cenni storici su Palazzo Spelladi a Pordenone, sede della Galleria Harry Bertoia

 

Palazzo Spelladi è inserito in una suggestiva cornice architettonica formata da antichi edifici costruiti a cavallo tra i secoli XIV e XV, come il palazzo del Municipio, palazzo Ricchieri e il Duomo. La parte più antica di questo edificio venne edificata all'inizio del Trecento, anche se oggi rimane ben poco della struttura originaria. Nel corso dei secoli, infatti, a causa di cambi di proprietà, fusioni di più lotti attigui e varie trasformazioni, l’immobile perse le sue caratteristiche originali. Fu abitato dalla stirpe curiale dei Rorario, che vanta tra i suoi discendenti numerosi diplomatici e letterati. Successivamente fu dimora degli Spelladi, una fra le dodici casate più antiche di Pordenone, che lo occuparono fino al 1777. In seguito a una permuta con la famiglia Rossi, gli Spelladi si trasferirono nel Borgo Superiore, nel palazzo che fu poi dei Porcia. Un’area del palazzo, ancora di proprietà privata, presenta internamente interessanti affreschi di scuola veneta databile alla seconda metà del Cinquecento raffiguranti un ciclo profano con scene di paesaggio ed elementi architettonici, scene di caccia con cavalli e fiere, fregi con putti, uno stemma doppio, indicazione dell’alleanza tra le famiglie Maniago e Michiel (o Monticoli). Nel primo dopoguerra il palazzo, che si presentava a un solo piano, venne riunito sotto un’unica proprietà e nel 1939 venne realizzata la sopraelevazione che gli conferì l’aspetto che si vede ancora oggi, assieme a diversi interventi strutturali e modifiche distributive. Negli anni Ottanta il Comune di Pordenone acquistò l’immobile e allestì al suo interno gli uffici dell'anagrafe. Tra il 2008 e il 2014 si diede avvio alla ristrutturazione che trasformò la struttura in spazio espositivo. La galleria d'arte, che oggi ospita mostre temporanee, è stata intitolata al noto designer Harry Bertoia, nato nel 1915 a San Lorenzo d'Arzene, vicino a Pordenone, e morto nel 1978 negli Stati Uniti, dove si trasferì negli anni Trenta per intraprendere una carriera creativa costellata di successi.

Descrizione e cenni storici su Palazzo Amalteo a Pordenone, sede del Museo civico di storia naturale "Silvia Zenari"

 

L’edificio ha probabilmente un’origine cinquecentesca e ha le fattezze architettoniche di un tipico palazzo veneto. Le prime testimonianze che riguardano questo edificio risalgono al 1681 quando si ricorda il palazzo dei conti Ferro, in piazza del Moto, ora via della Motta, dirimpetto a quello degli Amalteo, famiglia che si distinse nella storia di Pordenone con personaggi di lettere, arti e scienze, conosciuti ben oltre i confini locali. Nel 1729 si narra invece di un fatto di sangue accaduto proprio vicino alla porta di "Casa Amalteo" mentre nel 1760 il palazzo, dirimpetto alla casa Ferro, risulta proprietà del nobile Antonio Fontana. Nel 1814 la casa passa per eredità ai fratelli Pietro e Gaetano Montereale e nel 1824 è acquisito dalla famiglia Pischiutta, possidenti e negozianti, come risulta da atto rogato dal notaio Alvise Peschiutta.

Nel 1863, dopo che per vari decenni, dal 1831 al 1858, i Pischiutta affittano al Comune alcuni spazi, in particolare per ricavare aule per le scuole maschili (primo piano) e femminili (piano terra), il palazzo venne rilevato dal Comune e da quel momento in poi ospitò diversi enti pubblici: nel 1871 il palazzo fu la prima sede del Tribunale cittadino, nel 1872, in un’aula nel cortile interno, si collocò la Scuola di disegno istituita dalla Società operaia, nel 1874 provvisoriamente l'ufficio comunale e nel 1877 il Giardino d'infanzia chiuso poi nel 1898. Nelle soffitte, tra gli ultimi decenni dell'800 e i primi del '900, era stata depositata una parte dell'archivio storico comunale. Tra il 1920 e il 1930 nell’edificio ebbe sede la Casa del Fascio di Pordenone e verso la fine della seconda guerra mondiale le sue soffitte alloggiarono alcune famiglie di sfollati. Negli anni successivi, Palazzo Amalteo ha ospitato numerosissime altre istituzioni scolastiche: dal Liceo classico all'Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri, alla Scuola di Pratica Commerciale Andrea Galvani.

Nel dicembre del 1969 un gruppo di appassionati, che aveva dato vita alla “Società Naturalisti Silvia Zenari”, allestì in sei salette del piano terra del palazzo una mostra naturalistica che ebbe grande successo di pubblico. Il Comune di Pordenone decise allora di accogliere in maniera permanente il patrimonio della Società, trasformando nel 1970 il palazzo in Museo Civico di Storia Naturale. L'attività, interrotta bruscamente dal terremoto del 1976, riprese nel 1991 dopo un importante restauro dell’immobile, assumendo la denominazione di Museo delle Scienze e ospitando sia la sezione di storia naturale che la sezione di archeologia. Nel 2003 la sezione archeologica si spostò al Castello di Torre per dar vita nel 2006 Museo Archeologico del Friuli Occidentale. Nel 2007 il Museo delle Scienze riprende la vecchia denominazione di Museo civico di Storia Naturale intitolato alla professoressa pordenonese Silvia Zenari (1895-1956), docente all'Istituto di Botanica dell'Università di Padova.

Descrizione e cenni storici sul Castello di Torre di Pordenone, sede del museo archeologico

Museo civico archeologico e Villa RomanaIl castello di Torre sorse in epoca medievale dove un tempo si estendeva il complesso della grande villa romana. Il nucleo più antico della fortificazione è rappresentato da una torre a base quadrata, caratterizzata da possenti mura, costruita probabilmente nella seconda metà del XIII secolo ad opera del Patriarca di Aquileia, che inizialmente lo affidò in gestione ai signori di Prata.

Dopo varie vicende in cui il castello è conteso da Patriarcato, nobili di Prata, nobili di Porcia, Conte di Gorizia e Carraresi, finalmente nel 1391 il Patriarca di Aquileia, Giovanni di Moravia (1288-1394), concesse il castello di Torre a Giovannino di Ragogna, come permuta col castello di Ragogna.

Dopo la prima metà del XV secolo, con la conquista veneziana del Friuli, il castello fu trasformato in residenza signorile e venne coinvolto in un vasto programma di interventi architettonici e artistici tra cui la decorazione ad affresco con Annunciazione al piano terra, attribuita a Gianfrancesco da Tolmezzo (1450-1511). Probabilmente durante la seconda metà del Seicento si costruì lo scalone che conduce al piano nobile e il loggiato.

Tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII secolo nella volta del piano terra della torre-mastio venne realizzato l’affresco raffigurante i maggiori protagonisti della difesa di Vienna dall'assedio dei Turchi del 1683, probabilmente per ricordare la partecipazione di un membro della famiglia Ragogna allo scontro.

Diverse aggiunte e modifiche strutturali sono state effettuale all’immobile nel corso dei secoli XVIII e XIX. Alla fine del XIX secolo nel settore sud del castello fu abbattuto il vecchio edificio a loggiato e costruito un nuovo edificio, che andò ad addossarsi alla parete settentrionale della torre principale. Nel 1926 l'edificio venne sostituito con quello esistente tutt'oggi.

Nel 1970 il conte di Ragogna morì lasciando in eredità il castello di Torre alla Regione del Friuli Venezia Giulia; alla fine, dopo varie vicende testamentarie, l’edificio pervenne al Comune di Pordenone. Dopo un accurato restauro avvenuto a inizio anni Duemila, il castello è dal 2006 sede del Museo Archeologico del Friuli Occidentale.

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Descrizione e cenni storici su Villa Galvani, sede della galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato e del Palazzo del fumetto a Pordenone
Viale Dante, 33 - 33170 Pordenone PIN Goolge Maps
Sito web del PAFF! paff.it
Sito web della Galleria Pizzinato artemodernapordenone.it
Scopri di più su Parco Galvani

Galleria Pizzinato - PAFF!La villa, un tempo residenza della famiglia Galvani, è collocata all’interno dell’omonimo parco cittadino, a ridosso del centro storico cittadino.

Ha le caratteristiche strutturali tipiche di una villa veneta, ma non è stato possibile attribuire con esattezza la data di costruzione. Da quanto emerge dallo studio delle mappe catastali, il complesso viene realizzato in tempi diversi. Dal Catasto Lombardo-Veneto (1831-1851) appare solo il corpo centrale di forma quadrata a due piani con sottotetto, mentre dal catasto Austro- Italiano (1851-1943), l’edificio si mostra già modificato, la pianta è rettangolare per la costruzione dei due corpi laterali addossati.

Verso le bassure si vedono anche due edifici di piccola entità, essi avevano probabilmente la funzione di magazzino, o deposito.

La villa è stata la dimora dei Galvani, una famiglia arrivata a Pordenone dall’Emilia, che grazie a diverse e fortunate iniziative imprenditoriali – come la cartiera, l’industria serica e la fabbrica di ceramiche – ricoprì un ruolo sempre più di rilievo nella società locale di fine Ottocento e prima metà del Novecento.

Da alcuni studi fatti sui Galvani e dagli atti notarili, è noto che la proprietà della villa rimase a loro fino al 1970, anno in cui venne ceduta al Comune di Pordenone, assieme al parco, in conto oneri di urbanizzazione, nell’ambito della complessa operazione immobiliare.

In quegli anni la villa versava in uno stato di completo abbandono, con i tetti dei corpi laterali crollati a causa delle infiltrazioni d’acqua e gli intonaci dei serramenti esterni ed interni in una condizione davvero fatiscenti. Probabilmente, proprio a causa di questo pessimo stato conservativo e forse perché era destinata a un’imminente demolizione, non viene nemmeno menzionata la sua presenza all’interno del parco nell’atto di compravendita.

Nonostante queste premesse, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del  Novecento, la villa ha subito un radicale intervento di ristrutturazione e consolidamento statico nella parte centrale e di totale ricostruzione nei due corpi laterali più bassi.

Dal 1990 viene aperta al pubblico come sede di mostre temporanee. Nel 2010 vengono costruiti due corpi attigui e comunicanti con l’edificio storico, adibiti anch’essi a spazio espositivo.

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Descrizione e cenni storici sull'ex convento dei Francescani a Pordenone

Ex Convento di San FrancescoIl Convento dei Frati Minori Conventuali di San Francesco fu voluto dal nobile Francesco Ricchieri che, alla sua morte avvenuta nel 1419, lasciò i suoi beni per realizzarne la costruzione e permettere il sostentamento dei frati.

L’edificio, formato da chiesa e chiostro, venne edificato a partire dal 1424 su un terreno ai margini del nucleo urbano dell’epoca. Secondo quanto riportato da un’iscrizione latina, leggibile ancora oggi sulla spalletta di una nicchia della navata di sinistra della chiesa e riportata nella parte bassa del sovrastante affresco, l’opera è stata ultimata il 24 ottobre del 1448.

La chiesa è formata da un’aula unica con tre absidi e in origine al suo interno si trovavano numerose e pregevoli opere eseguite da Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone (1483-1539), come frammenti di scene di San Francesco che riceve le stimmate, una Maddalena e due sagome lignee dipinte a olio (San Giovanni Evangelista e Madonna dolenti), parti di un’iconostasi, ora in parte conservate al Museo civico d’Arte.

Traccia dell’antica decorazione della chiesa rimane soprattutto la lunetta affrescata raffigurante San Francesco che riceve le stigmate sopra il portone d'accesso in vicolo San Francesco, opera di Giovanni Maria Zaffoni, detto il Calderari (1500-1563), allievo del Pordenone.

Durante i secoli XVII e XVIII il complesso subì qualche alterazione e modifica.
Nel 1769, durante la dominazione della Repubblica Veneziana, il convento fu soppresso e l'edificio fu posto all'asta.

L’edificio ebbe quindi diversi proprietari privati (tra cui Andrea Galvani) che lo adibirono agli usi più disparati: dormitorio, abitazione, cucine, osteria, teatro, mercato della frutta, fabbrica di liquori, mentre il chiostro fu trasformato in sala da ballo, teatro e cinema (Salone Cojazzi dal cognome dei proprietari).

La chiesa ed il chiostro furono rilevati dal Comune di Pordenone nei primi anni Settanta del Novecento, mentre la parte restante parte fu acquistata nel 1991.

La chiesa ed il chiostro furono oggetto di un primo restauro a cura della Soprintendenza tra il 1972 ed il 1984.

Nel 2000 un secondo intervento di ristrutturazione ha permesso di recuperare interamente il complesso storico, trasformandolo in un importante spazio destinato alla cultura.

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Descrizione e cenni storici sul Museo Diocesano di Arte Sacra di Pordenone

Il Museo Diocesano di Pordenone è parte integrante dell’edificio del Centro Attività Pastorali della Diocesi di Concordia-Pordenone. Si tratta di un edificio moderno e funzionale, progettato nel 1988 dall’architetto altoatesino Othmar Barth (1927-2010).

La struttura si compone di più unità ed è collocata su un’altura che la pone in un punto sopraelevato rispetto al livello della strada e al corso del fiume Noncello. La superficie dei suoi prospetti è ricoperta da mattoni faccia a vista, interrotti da cortine finestrate e cieche, sapientemente ripartite.

Il complesso è stato ultimato nel 1991 e il Museo Diocesano di Arte Sacra è stato ufficialmente inaugurato nel 1995. Al suo interno hanno trovato una felice collocazione diverse raccolte d’arte, per lo più facenti parte dei beni delle parrocchie della diocesi Concordia-Pordenone, che giacevano in abbandono, e altre opere a seguito di lasciti, acquisizioni e depositi. Lo scopo del museo è di conservare e preservare tali opere per documentare la pratica devozionale delle comunità cristiane in quest’area geografica. Gli spazi sono organizzati rispettando canoni di funzionalità e rigore formale.

Nel museo si possono ammirare opere d’arte realizzate a partire dai secoli VI-VII fino a giungere alla contemporaneità. La collezione si compone di affreschi, dipinti su tavola e tela, sculture lignee e in pietra, argenteria, disegni e stampe e paramenti liturgici.

Nelle sale del piano rialzato si possono ammirare sinopie e affreschi provenienti da Maniago, Maniagolibero, Pordenone-San Marco e Castello di Aviano, a testimonianza della ricchezza decorativa degli edifici di culto della zona.

Al piano inferiore si trova la pinacoteca, che raccoglie e conserva le opere di importanti artisti, come Pomponio Amalteo (1505-1588), il Calderari (1500 ca-1563), Palma il Giovane (1544-1628), Antonio Carneo (1637-1692) e Michelangelo Grigoletti (1801-1870) e i materiali di devozione popolare, come l’argenteria, tessuti, monete.

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Descrizione e cenni storici sul cotonificio di Torre

La ditta Belaz Fratelli & Blanc di Trieste, costituita da imprenditori di origine ginevrina, avviò a Torre tra il 1839 e il 1842 una fabbrica dedicata alla filatura del cotone. Inizialmente l’opificio era disposto su sei piani e sormontato da una torretta, dove una campana scandiva i turni di lavoro, addossato a un secondo, più esteso, a quattro piani, secondo una struttura sviluppata verticalmente, al pari delle coeve fabbriche inglesi e tedesche e degli antichi filatoi da seta italiani.

Nel 1895, dopo vari passaggi di proprietà avvenuti nel 1887 e nel 1889, diviene Società Anonima Cotonificio Veneziano che apparteneva al cotoniere Emilio Cantoni di Milano. Intorno al 1900 il complesso della filatura venne ampliato e ristrutturato demolendo le strutture verticali troppo elevate, sostituite da un edificio a tre e a quattro livelli con copertura piana e torretta dell’orologio che sosteneva il serbatoio per l’acqua e le scale. Nel 1910 il complesso si amplia ancora ma nel 1916, nonostante le moderne precauzioni antincendio, la filatura venne seriamente danneggiata da un incendio.

L’attività riprende per poco nel 1917, dopo lavori di ripristino alla struttura, ma a novembre dello stesso anno, durante la ritirata di Caporetto, lo stabilimento venne incendiato dai militari italiani affinché non cadesse in mano agli austriaci. Il complesso fu nuovamente ricostruito tra il 1919 e 1920, riprendendo i modelli estetico-formali del vecchio edificio.

A metà del 1930, la fabbrica venne ampliata con l’aggiunta di un corpo parallelo, disposto su due livelli e unito al corpo principale grazie a due pensiline, poste alle estremità. Nel corso della seconda guerra mondiale la fabbrica venne requisita dalle truppe tedesche e subì pesanti devastazioni. Negli anni ’50 l’ultimo ampliamento. Lo stabilimento di Torre cessò la sua attività nel 1984 e ora versa in uno stato di abbandono e degrado in attesa di restauro.

Descrizione e cenni storici di Palazzo Badini a Pordenone

È un imponente palazzo della fine del XVII-inizi del XVIII secolo di proprietà della famiglia dei nobili Badini, di origine bergamasca, presenti a Pordenone fin dagli inizi del XVI secolo dopo il trasferimento di Pietro da Cordenons dove possedeva cospicui terreni. Aggregati alla nobiltà pordenonese nel 1615 e riconosciuti del titolo comitale nel 1710, parteciparono alla vita pubblica e ammnistrativa della città ricoprendo molte volte la carica di podestà. L’impianto del palazzo richiama lo stile barocco dei palazzi veneziani, visibile ancora oggi nella partizione delle fronti, nel marcapiano, nel bugnato e nell’ampio portale che immette nell’androne. La parte centrale del secondo piano ospita un ampio salone, decorato con scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento e con brani di storia antica. Gli episodi furono dipinti a tempera entro ovali circondati da putti. Oltre ai pregevoli decori della controfacciata, al primo piano vi sono alcune salette impreziosite da soffitti istoriati. Il più affascinante è quello raffigurante Minerva protettrice delle arti, eseguito nel 1790 da Costantino Cedini (1741-1811). Non si conosce la data di realizzazione della piccola scultura della Madonna con il Bambino posta all’esterno dell’edificio, a mezza altezza dell’angolo a Est, probabilmente coeva alla costruzione dell’edificio. Nel 1782 l’intero edificio fu allestito per ricevere i principi ereditari di Russia, Paolo Romanov e la consorte Sofia del Württemberg, ma la coppia preferì pernottare in una modesta locanda che sorgeva nelle vicinanze del palazzo.

Nel corso dell’’800 l’edificio è stato sede della pretura austriaca durante il Regno Lombardo Veneto e successivamente passò di proprietà in proprietà fino all’acquisto tra 1926 e 1933 da parte del Credito Veneto, poi passato alla Banca Cattolica del Veneto - Ambroveneto e alla FriulAdria. A seguito di un importante intervento di ristrutturazione realizzato tra il 1971 e il 1973, il piano terra è stato completamente stravolto rispetto al suo assetto originale. Infatti, per fare spazio alla sala sportelli, furono demoliti buona parte dei muri portanti e chiusa con un solaio la doppia altezza dell’androne. Parte dello stesso androne venne sacrificata per la realizzazione del caveau. Con un ulteriore restauro, eseguito tra il 2008 e il 2009 a cura del Comune di Pordenone, cui appartiene l’edificio nel 2005, il palazzo è stato trasformato in una struttura adeguata per poter ospitare servizi di didattica e uffici. Oggi è la sede di enti e associazioni che si occupano di promozione e valorizzazione del turismo e della cultura all’interno della nostra regione.

Descrizione e cenni storici

Dal 1965 c’è una Casa speciale nel centro di Pordenone, una Casa le cui porte sono aperte all’incontro e allo scambio tra gente di età e culture diverse.

Il centro culturale Casa Antonio Zanussi ospita al suo interno spazi di tutti i tipi: una biblioteca, una videoteca, un’emeroteca, un auditorium, un atelier, sale studio e sale riunioni per incontri e corsi adatti a un pubblico di tutte le età, una galleria d’arte, uno spazio foto, un laboratorio per digital makers, chiamato Linolab.

Un calendario fitto di eventi contraddistingue l’offerta della Casa che è completata anche dalla presenza di una mensa self service, un bar, una sala giochi e un ampio parco esterno con annesso parcheggio. Un luogo ideale per una pausa ristoratrice.

Descrizione e cenni storici sul Duomo di Pordenone

Duomo di San MarcoLa prima fabbrica del Duomo di San Marco venne probabilmente costruita, sul sedime di una più antica cappella, in epoca anteriore al 1278, momento in cui, per aver assunto un ruolo sempre più importante e autonomo, si staccò dalla chiesa madre di Torre.

La prima chiesa era costituita da un’unica navata, con tre cappelle absidali a pianta quadrata, quella centrale più grande e quella di sinistra con murature più spesse, forse perché vi era sovrapposto il campanile.

Nel corso della prima metà del Trecento, in relazione al grande sviluppo della città, si concepì un progetto di notevole ampliamento dell’edifico verso l’area absidale, un transetto-tiburio sorretto da possenti pilastri ottagonali, un’aula a tre navate, e la costruzione del campanile, terminato sicuramente nel 1347.
Il progetto originario di una chiesa più ampia però si interruppe e, anche per la mancanza di mezzi, ci si limitò a congiungere la nuova area absidale con l’antica navata che rimase unica.

Durante la seconda metà del Trecento gli sforzi vennero concentrati soprattutto negli apparati decorativi interni di cui rimangono alcuni lacerti. Tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo ai lati del transetto furono realizzate le cappelle del Santissimo Sacramento e dei Santi Pietro e Paolo (1420), poi affrescate, e la cappella Montereale Mantica (1478) cui si accedeva solo dall’esterno.

Nel XVI secolo furono chiamati a interventi decorativi noti artisti come il Pilacorte (1511 portale della facciata, acquasantiera e fonte battesimale), il Pordenone (Pala di San Marco, Pala della Misericordia, 1515-16; affresco di San Rocco e Sant’Erasmo, Madonna col Bambino, Portelle del Battistero) e il Calderari (Cappella Mantica). Intorno al 1591-1593 vengono realizzate le sei cappelle laterali alla navata o altari, sottraendo all’esterno una parte dell’area del cimitero.

Solo nel XVIII secolo si provvide alla soprelevazione della navata, con l'introduzione di un nuovo ordine gigante di lesene corinzie e sovrapposta trabeazione e all’ampliamento (1724-1741) delle sei cappelle laterali, in sostituzione delle precedenti più piccole, collegate tra loro da passaggi in modo da ricordare la struttura delle navate minori.

Sempre nel XVIII secolo si registrano altri interventi di restauro, di allungamento e allargamento del tiburio, di chiusura delle finestre della facciata e di ripavimentazione della navata.

Nel 1840 fu chiamato l’architetto Francesco Lazzari a progettare una nuova conformazione della facciata che però fu solo parzialmente realizzata (basamento e quattro semicolonne) lasciando di fatto a metà l’intervento progettuale.

Interventi successivi, anche dopo il terremoto del 1976, hanno riguardato il consolidamento e i restauri di diverse parti dell’edificio, permettendo il riconoscimento delle strutture architettoniche e le decorazioni ad affresco più antiche.

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Descrizione e cenni storici sulla chiesa di Santa Maria degli Angeli di Pordenone

Chiesa del CristoLa chiesa di Santa Maria degli Angeli è detta anche Chiesa del Cristo per lo stupendo crocifisso intagliato e policromo, recentemente restaurato, che troneggia sull’altare maggiore, commissionato nel 1446 a Giovanni Teutonico.

L’edificio, costruito nel XIV secolo, fungeva da cappella al vicino ospizio-ospedale dedicato a Santa Maria degli Angeli, fondato dalla confraternita dei Battuti che aveva la sede proprio di fronte all’ingresso della chiesa. La chiesa conserva ancora numerosi affreschi trecenteschi di maestranze diverse e poi degli inizi del ‘500 (Santa Barbara di Gianfrancesco da Tolmezzo). Il portale d’ingresso, scolpito in pietra d’Istria, fu commissionato al Pilacorte nel 1510.

Nel 1665 l’edificio diventò cappella del monastero delle monache agostiniane e, quando queste si trasferirono nel convento dei domenicani, nel 1760 circa, tornò ad essere la cappella dell’ospedale. Nel 1760 subì varie modifiche architettoniche che le conferirono l’attuale aspetto neoclassico: venne murato il rosone della facciata e le finestre a sesto acuto, l’aula fu ampliata e la copertura fu sopraelevata.

Gravi danni strutturali all’immobile furono provocati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, da cui si salvarono solo i muri laterali.

La chiesa fu presto ricostruita e riaperta al culto nel giugno del 1946 dal vescovo Vittorio D’Alessi. Nel 1947 l’artista Tiburzio Donadon dipinse sul soffitto l'affresco dell'Assunta, in sostituzione dell’opera precedente di Pietro Venier, distrutta dai bombardamenti.

Durante i restauri realizzati tra il 1967 e il 1968 fu portato alla luce un affascinante ciclo di affreschi a tema sacro, databile al XIV secolo.

A seguito del terribile terremoto che colpì il Friuli nel 1976, la chiesa subì un ulteriore restauro architettonico che le restituì la fisionomia che possiamo ammirare ancora oggi.

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Descrizione e cenni storici sulla Chiesa della Santissima Trinità di Pordenone

Chiesa della SantissimaLa chiesa nasce legata alla congregazione religiosa della Santissima Trinità, detta "la rossa" per il colore delle sue vesti, dedita soprattutto alle opere assistenziali e alla redenzione e riscatto dei prigionieri. Proprio uno degli affratellati, Ippolito Marone, sacerdote, notaio e architetto progettò la chiesa (una iscrizione, con la data del 1555, lo indica come ideatore dell’edificio) che sorse intorno alla metà del ‘500, probabilmente sui resti di un preesistente oratorio di cui rimane qualche traccia ad affresco nella zona inferiore sinistra del presbiterio, databile al ‘400.

L’edificio, a mattoni a vista, presenta pianta ottagonale, con tre absidi e campanile anch'esso a pianta ottagona legato al lato di facciata. All’interno la chiesa è dotata di un ricco apparato decorativo risalente alla metà del XVI secolo: nella cappella presbiteriale è presente il ciclo veterotestamentario realizzato da Giovanni Maria Zaffoni detto il Calderari (circa 1500-1563 circa), con le scene della creazione.

La decorazione della cappella destra è opera di Pomponio Amalteo (1505-1588), mentre quella di sinistra è attribuita a Gerolamo del Zocco.

La chiesa fu poi impreziosita nel XVII secolo da altari barocchi e dalla Pala della Santissima Trinità commissionata nel 1611 a Gaspare Narvesa (1558-1639), ora conservata per ragioni di sicurezza al Museo civico d’Arte.

Nel corso dei secoli la dislocazione della chiesa nell’area golenale del Noncello la espose alle ricorrenti piene del fiume che causarono problemi alla struttura e agli affreschi delle pareti, tanto da costringere a ripetuti interventi di restauro.

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Descrizione e cenni storici sulla Chiesa di San Giorgio a Pordenone

Chiesa di San GiorgioUn primitivo oratorio di San Giorgio viene ricordato nel 1347 nel testamento di Ricchiero Ricchieri, il quale mise a disposizione una somma di denaro per la sua manutenzione.

Nel 1588, a seguito dell’ingrandirsi della città, fu elevata a parrocchia.

L’edificio fu poi ampliato nel 1625 e nuovamente a partire dal 1792 per iniziativa di Don Lorenzo Grigoletti, zio del pittore Michelangelo; il rinnovamento si concluse solo nel 1873, quando il monumento fu consacrato e fu conclusa la facciata in stile neoclassico progettata dal pordenonese Giobatta Bassi (1792-1879).

All’interno della chiesa sono ancora conservate numerose opere d’arte, come la grande pala dedicata a San Giorgio del pittore pordenonese Gasparo Narvesa (1558-1639), la pala di Sant’Anna e quella di Santa Lucia di Michelangelo Grigoletti (1801-1870) e la pala di Sant’Antonio di Pio Rossi (1886-1969). Gli affreschi interni, con le scene dell’Annunciazione nell’arcata dell’abside e altre raffigurazioni di santi e angeli nella volta della navata, furono realizzati dall’artista Tiburzio Donadon e vennero inaugurati nel 1941.

Durante la Seconda Guerra Mondale, nel 1945, una bomba sfiorò il campanile e sfondò il tetto, cadendo sul pavimento senza esplodere.

Nel 1975 venne avviato un intervento di restauro generale dell’edificio, con il quale sono stati eseguiti lavori prevalentemente di manutenzione del tetto, rifacimento parziale degli intonaci esterni e pittura esterna. Il tempio fu inaugurato nel Natale del 1975, ma il sisma del 1976 causò ulteriori danni alla sua struttura.

L’edificio, tra il 2001 e il 2002, venne sottoposto a un ulteriore intervento di consolidamento e restauro conservativo.

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Descrizione e cenni storici sulla Casa dei Capitani a Pordenone

Casa dei CapitaniPalazzo Varmo-Pomo, chiamato tradizionalmente “casa dei Capitani”, si trova nel centro storico di Pordenone, all’angolo tra Corso Vittorio Emanuele II e via del Mercato.

Esso sorge all’interno di quel tessuto urbano che è stato l’antico centro della città in epoca medioevale e rappresenta uno dei modelli di dimora signorile più affascinanti della città. La mancanza di documenti non ha permesso però di determinare con certezza la funzione originaria dell’edificio.

Durante il restauro conservativo dell’immobile, realizzato nel 2002, sono state trovate sugli affreschi interni tracce di combustione, probabilmente causate dall'incendio che nel 1318 distrusse gran parte della città.
Viene ipotizzato così che la data di edificazione del palazzo possa essere collocata all'inizio del Trecento.

Particolarmente interessanti appaiono gli affreschi delle facciate esterne, una preziosa
testimonianza del gusto decorativo sviluppatosi nel XV secolo, presente anche in altri centri urbani del Friuli Venezia Giulia e del vicino Veneto. La decorazione è realizzata a “finta tappezzeria”, ovvero con una ripetizione seriale di un motivo base, come avviene nelle stoffe.

Passeggiando lungo il Corso possiamo ammirare questi riquadri geometrici, scanditi da una triplice rigatura di colore nero che delimita gli scomparti e, in corrispondenza degli angoli, l'ornamento si evolve in fasce dai motivi stilizzati a fogliame.

Sul lato del palazzo che si affaccia su via del Mercato compare, in corrispondenza della canna fumaria, una figura di guerriero, dal gusto nordico, che da secoli attira la curiosità dei passanti.

Sulla superficie della facciata principale vi sono anche tre stemmi, identificati grazie a studi recenti. Il primo corrisponde alla famiglia dei Baumkirchen, o Paumkirken/Pawnchirchen, e raffigura una chiesa su sfondo rosso. Il secondo “di rosso con la fascia d’argento” rappresenta i colori della Casa d’Austria ed è sormontato da un riquadro con l’insegna imperiale. Infine, il terzo stemma appartiene alla famiglia dei nobili di San Daniele.

È emerso che nel 1424 un membro di questo casato, di nome Guglielmo, ricoprì il ruolo di podestà di Pordenone e, nello stesso anno, partecipò alla posa della prima pietra della chiesa e convento di San Francesco.

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Descrizione e cenni storici sul monumento dedicato a mutilati e invalidi di guerra di Pordenone

Casa del mutilatoPer iniziativa della sezione pordenonese dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra sorse tra il 1935 e il 1937 su progetto dell’architetto Cesare Scoccimarro nell’area monumentale di Piazza XX settembre, accanto al monumento ai Caduti di Aurelio Mistruzzi scelta per eternare il ricordo delle vittime e dell’eroismo dei soldati.
Da qui anche la citazione riportata a caratteri cubitali sulla facciata dell’edificio e tratta dal V libro dell’Eneide di Virgilio: “Quo fata trahunt retrahuntque sequamur, quicquid erit superanda omnis fortuna ferendo est”, ossia «Andiamo là dove il destino sospinge e respinge, qualsiasi cosa accada ogni ventura va superata».

Il progetto esaltava il rapporto tripartito di tre spazi di grande monumentalità: un atrio d'ingresso, una grande scala a vista in asse con la composizione e il grande salone d'onore al secondo piano, capace di ospitare fino a 500 persone.
La facciata aveva un fronte meno esteso del corpo principale dell’edificio e veniva abbracciata dallo stesso, creando un forte contrasto tra il prospetto monumentale e il volume semplificato con il quale si andava a compenetrare.

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Descrizione e cenni storici sul palazzo spesso ricordato come "casa picta" di Pordenone

Casa Gregoris BassaniCasa Bassani, un piccolo gioiello che si affaccia sul Corso Vittorio Emanuele II, è stata edificata intorno al XV secolo, ma risulta assai difficile ricostruire la sua storia, a causa dei continui passaggi di proprietà, frantumazioni e modifiche strutturali avvenute nel corso dei secoli.

Tra il Settecento e l’Ottocento è stata definita “Casa de muro copperta di coppi in due solai” e spesso è stata ricordata come la “casa picta”, che ha destato meraviglia in molti viaggiatori che hanno visitato Pordenone.

In molti si sono anche chiesti che origini avesse la famiglia che dà il nome all’edificio. È una domanda legittima, alla quale non si è ancora riusciti a dare una risposta chiara, perché le notizie
giunte fino a noi sono assai discontinue. Si sa che nel 1762 un certo signor Pietro Bassani decise di dar vita a un filatoio in Borgo San Giorgio, ma non si sa con certezza se fosse proprio la sua famiglia ad abitare questo palazzo, è certo invece che con la sua famiglia vivesse nella “frazione” di San Marco. Fino al 1928 in questa casa visse Beatrice Cristante Bassani, moglie di Carlo Bassani, l’allora segretario comunale.

Tornando alla struttura del palazzo, la sua facciata è composta da due piani con portico e sottotetto. Mostra una coppia di finestre al primo e al secondo piano, con davanzali e cornici in pietra modanata e due aperture nella parte del sottotetto.

Il restauro conservativo della facciata, avvenuto nel 1999, ha messo in luce la sua maestosa decorazione, che presenta due ordini di “finta tappezzeria” damascata, caratterizzata da un acceso cromatismo. Al centro si vede spiccare, annodato al chiodo da un nastro, lo stemma della famiglia Gregoris con le iniziali di Francesco.

Tre fregi fungono da marcapiano con maschere, delfini, sirene, tritoni e ippogrifi. Per la presenza dello stemma dei Gregoris sulla facciata, si suppone che il piccolo edificio un tempo fosse tutt’uno con il più sfarzoso e confinante palazzo Gregoris.

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Descrizione e cenni storici sull'attuale Casa Circondariale di Pordenone

CastelloIl castello di Pordenone appare nei documenti nel 1276 quando il Patriarca Raimondo della Torre protesta con l’Imperatore perché Filippo Ulrico di Carinzia, vescovo di Salisburgo, aveva costruito il castello.

La fortezza, che sorge su uno sperone rialzato, separato dalla città da un fossato e rivolto a oriente, fu residenza dei capitani asburgici fino al 1508, poi di Bartolomeo Liviano d’Alviano fino al 1537, infine dei capitani-provveditori veneziani fino al 1797.
Si ha notizia di vari interventi di restauro nei secoli XV, XVI e XVII.

Nel 1544 una parte di esso, la grande torre, venne adattato a carcere, funzione che permane tuttora.

Dopo un probabile declino nel XVIII secolo, nel 1811 il governo italico vendette l’edificio a un privato che, per frane abitazioni d’affitto, demolì le strutture fortificate interne e esterne; venne poi riacquistato dal governo austriaco che lo adibì a carcere, magazzino del sale, abitazioni d’affitto, uffici vari, ricovero.

Nel 1842 risulta essere di proprietà della Regia Intendenza della Finanza di Treviso.

Nel 1883-1887 fu trasformato in carcere.

Nel 1944 degli scavi ai piedi della struttura per la realizzazione di un rifugio antiaereo, permisero il rinvenimento di antiche fondazioni della struttura, poggianti su un conglomerato di roccia e sassi di torrente.

Nel 1967, durante dei lavori di sistemazione di alcuni locali interni, venne alla luce parte di un antico solaio cinquecentesco.

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Descrizione e cenni storici sulle Officine Marson, ex Tintoria cotonificio di Torre, sede dell'Immaginario Scientifico di Pordenone

Lo spazio, acquisito e restaurato integralmente dal Comune di Pordenone tra il 2004 e il 2010, è un annesso, costruito negli anni ’20 del Novecento, del complesso della tintoria per candeggio, sorta intorno al 1843, che faceva parte del vicino Cotonificio Belaz Fratelli & Blanc di Trieste.

La tintoria, che aveva a disposizione una grande quantità d’acqua, grazie alla presenza di un canale artificiale da un lato e del fiume Noncello dall’altro, possedeva al suo interno una centrale termica, numerose vasche e centrifughe, macchinari specializzati per la tintura, forse anche una stamperia, e serviva a trattare non solo i filati di Torre ma anche quelli della Tintura di Rorai Grande e di altre fabbriche.

Dopo i gravi danneggiamenti avvenuti durante il primo conflitto mondiale, il complesso è stato ricostruito e in parte ancora ampliato, in particolare col suddetto corpo di fabbrica adibito a magazzino della tintoria, oggetto del recente intervento di restauro, che presenta una struttura a piano unico a quattro navate, con tetto a falde asimmetriche, della stessa tipologia costruttiva del corpo nord e del corpo centrale del complesso.

Nel 1935 tutto l’insieme degli edifici della tintoria è stato dismesso e destinato ad altri usi artigianali. In particolare il nostro edificio era stato riconvertito in spazio per l’officina Marson, dal nome dell’ultimo proprietario, e ora ospita, dopo il restauro, l’Immaginario Scientifico di Torre di Pordenone.

Attualmente gli edifici della vecchia tintoria, di proprietà privata, versano in uno stato di completo abbandono.

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Descrizione e cenni storici sull'antica cartiera all'interno del parco San Valentino a Pordenone

La cartiera venne realizzata, tra il 1614 e il 1630, a seguito della trasformazione di un antico mulino da sega di proprietà della famiglia Mantica. Nel terreno adiacente all’edificio, prima del 1650, venne creato un invaso della profondità di circa tre metri e un bacino, alimentato da acque risorgive, con prese d'acqua per l’alimentazione delle ruote idrauliche e i dispositivi per lo svuotamento.

Nel giugno 1770 l’edificio, con tutte le proprietà annesse, venne venduto a Valentino Galvani. La cartiera fu attiva fino al 1860, anno in cui cessò la produzione, a causa di un processo di lavorazione ormai obsoleto.

Nel 1883 l'edificio venne convertito a mulino da grano, con una turbina Francis al posto delle ruote a pale e macchine a cilindro.

Nel 1901 i Galvani, industriali moderni e al passo con i tempi, vi installarono all’interno un generatore elettrico. Il complesso venne poi affittato alla ditta Valentino Guarnieri e Giobatta Lucio Poletti” e – dopo notevoli modifiche – al suo interno furono creati una fabbrica di ghiaccio e magazzini di frigoriferi.

Nel 1903 è in funzione nelle vicinanze un nuovo opificio dotato di motori elettrici, celle frigorifere, un impianto per ghiaccio e un altro di trebbiatura per grano. Sul finire degli anni Venti l'attività cessò e poco dopo la “Società Elettrica Pordenonese” acquistò dai Galvani la centrale elettrica di San Valentino. La produzione di energia continuò fino al 1962 e da quel momento in poi l'edificio, il lago e il parco circostante furono abbandonati.

Tra il 1996 e il 1997 l'edifico, dopo essere entrato a far parte delle proprietà comunali assieme al giardino e al lago, è stato oggetto di un intervento di restauro e ripristino. Durante questi lavori emersero al piano terra le antiche strutture settecentesche e altre parti ancora più antiche. Questi preziosi elementi furono preservati durante il restauro e sono oggi visitabili.

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Descrizione e cenni storici sul tabernacolo a cinque facce in borgo Colonna a Pordenone

ColonnaIn origine la colonna, una costruzione composta da un basamento, una colonna, un tabernacolo a cinque facce e un agile pinnacolo che svetta sulla cima, era collocata al centro della piazzetta del borgo che portava il suo nome, uno tra i più antichi di Pordenone, che si estendeva tra le vie Bertossi e Cavallotti, arrivando fino a San Carlo.

Le sue origini sono tuttora oscure: la tradizione popolare colloca la sua edificazione intorno al XVIII secolo per iniziativa degli abitanti del borgo, come ex-voto per essere scampati a un’epidemia. In realtà forse la sua realizzazione potrebbe essere collocata già in epoca cinquecentesca, poiché le antiche decorazioni ad affresco, visibili fino al restauro del 1988 e poi rimosse sulle cinque facce del tabernacolo, potrebbero essere state legate a un artista vicino ad Antonio Maria Zaffoni detto il Calderari (circa 1500-1563).

La Colonna, oltre a una funzione votivo-religiosa, aveva anche il ruolo pratico di sostegno dell’illuminazione pubblica del quartiere, costituita da alcuni lumini ad olio prima e a petrolio poi, appesi a dei ganci posti sopra le sue facce affrescate. Questa finalità terminò nel 1888, quando a Pordenone arrivò l’illuminazione elettrica.

Verso la fine degli anni Venti del Novecento, il Comune di Pordenone, per rendere più agevole il traffico tra Pordenone e Cordenons, decise di ampliare la zona tra via Cavallotti e la piazzetta che ospitava la Colonna, divenuta poi piazzale Duca d’Aosta. L’opera venne quindi riposizionata nel “largo”, detto allora “della Beorchia”, attualmente incrocio tra le vie Colonna e Vallona, dove ancora oggi la possiamo trovare.

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Descrizione e cenni storici sugli ex bagni pubblici di Pordenone

Bagni pubbliciI bagni pubblici furono edificati nel 1907 per offrire un servizio che potesse migliorare le condizioni di vita della cittadinanza, in quanto la maggior parte degli abitanti sfruttava ancora l’acqua sorgiva che circondava la città per soddisfare comuni esigenze igieniche, l’edilizia residenziale non era adeguata alle norme dell'ingegneria sanitaria e il sistema fognario risultava del tutto insufficiente.

La costruzione dell’edificio fu realizzata da una società mista formata dal Comune di Pordenone e alcuni privati. Si scelse di intervenire in un'area posta lungo la strada nuova per Udine, di fronte al macello comunale, all'epoca piena periferia.

L'edificio è stato costruito con uno stile moderno, esternamente aveva le sembianze di una villa, un po’ arretrata rispetto alla strada. Possedeva un impianto caratterizzato da una grande hall al piano terra, che conduceva da una parte all'ala dedicata agli uomini e dall’altra a quella riservata alle donne. Una piccola sala esagonale fungeva da cerniera a questa semplice composizione. La torretta al primo piano, che corrispondeva allo spazio dedicato agli uffici, riprendeva alcuni esempi di ville extraurbane. La facciata a sud era quasi completamente  forata, nella sala d'ingresso le finestre tripartite erano molto ampie, mentre nella zona dei bagni le trasparenze erano create sotto lo sporto di gronda.

I bagni pubblici, per soddisfare le esigenze di una popolazione sempre più numerosa, furono ampliati nel 1934 e nel 1949. L'impianto rimase in attività fino agli anni Settanta, poi la modifica degli stili di vita dei cittadini di Pordenone rese superflua la sua funzione.

Oggi l’edificio versa in uno stato di completo abbandono.

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Descrizione e cenni storici sul Monumento ai Caduti di Pordenone

Monumento ai CadutiAlla fine della Prima Guerra Mondiale, per celebrare eternamente il ricordo di tutte le giovani vite spezzate dai tragici eventi bellici, vennero realizzati in tutta Italia innumerevoli monumenti ai Caduti. Le opere, collocate nelle piazze e nei giardini, avevano le forme di fiaccole votive, cippi, personificazioni dalla Vittoria o della Patria, sembianze di fanti o di eroici soldati.

Anche la città di Pordenone ebbe il suo monumento ai Caduti, la cui esecuzione fu affidata nel 1925 all’artista Aurelio Mistruzzi. Il monumento fu inaugurato nell’ aprile del 1929 alla presenza del principe Umberto di Savoia e di Italo Balbo. Nel 1973 venne realizzata la recinzione che circonda il manufatto.

Il monumento di Pordenone si colloca tutt’oggi all'interno dei giardini di piazzale Ellero ed è delimitato da una siepe continua di bosso. È costituito da un pedana lapidea a pianta rettangolare formata da gradoni, con la parte centrale rialzata contenente un riquadro con la dedicazione ai Caduti.

Nella parte inferiore vi è una fontana con una grande vasca a forma di conchiglia sovrastata da un mascherone raffigurante una medusa.

Al centro è collocato il gruppo scultoreo formato “dall’Italia che accoglie sotto il suo scudo gli eroi che per offrirle la Vittoria si sacrificarono”. Con queste stesse parole Aurelio Mistruzzi descrisse il bozzetto in gesso del monumento.

Ai lati del gruppo centrale lo scultore raffigurò anche i due fiumi sacri alla patria, l’Isonzo, disarmato dal tradimento, e il Piave, con l’elmo coronato di quercia, la palma del sacrificio e della vittoria e il gladio saldo in pugno.

Attualmente il monumento è privo dell'effige della Vittoria alata che si trovava nella mano sinistra dell’Italia e manca anche il gladio impugnato dalla mano destra del Piave.

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Descrizione e cenni storici sull'ex biblioteca di Pordenone

Palazzo del Monte dei PegniIl palazzo del Monte dei Pegni venne realizzato in piazza della Motta nel 1767, come riporta l’iscrizione scolpita sul portale d’ingresso, in sostituzione della precedente sede, annessa all’ospedale dei Battuti e alla chiesa del Cristo, diventata angusta.

Il progetto dell'edificio è giunto sino a noi senza alcuna firma, ma sappiamo che ebbe l’approvazione del grande Matteo Lucchesi proto ingegnere della Serenissima, e che nel 1765 il costruttore pordenonese Giobatta Cajal (o Cagial) stese un preventivo di spesa. L’anno dopo il Cajal cominciò i lavori che furono portati a termine nel 1767.

Quando il palazzo aprì le sue porte, nel 1769, non aveva solo la funzione di Monte di Pegni, ma anche di biavaro, ossia di un deposito per il commercio del frumento del pubblico fontego, posto all’ultimo piano dell’edificio, cui si accedeva da una scala esterna  Annesso al Monte di Pietà vi era anche il servizio di pesa del fieno, con relativo custode.

L’immobile mantenne la funzione di Monte di Pegni per tutto il XVIII secolo, ma durante la dominazione napoleonica cambiò spesso destinazione d’uso: nel 1803 divenne “deposito di fieno”, ospedale e nel 1815 venne adibito a caserma militare.
Successivamente, e fino ai primi del Novecento, tornò ad essere utilizzato come Monte dei Pegni. Seguì un periodo di incuria, dopo il quale venne rilevato dal Comune di Pordenone che lo convertì in dormitorio pubblico.

A partire dal 1968, al termine di un importante intervento di restauro, nel palazzo furono unificate le due biblioteche cittadine, quella civica e quella scolastica, fino a quel tempo disgiunte. Questa nuova funzione restò in vigore fino al 2010, anno in cui la Biblioteca civica venne trasferita all’interno dell’antico complesso che un tempo ospitava il convento dei monaci domenicani.

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Descrizione e cenni storici su Palazzo Mantica - Cattaneo a Pordenone

Palazzo Mantica-CattaneoPalazzo Mantica Cattaneo è il risultato dell’unione di due edifici adiacenti ma distinti, risalenti al periodo compreso tra XIV e XV secolo e, come è strutturato oggi, possiede un impianto irregolare assimilabile a un rettangolo, con una corte interna.

Sicuramente tra i primi abitanti del palazzo furono i Mantica, che all’inizio del XV secolo si trasferirono da Como a Pordenone. A metà del XVII secolo il palazzo passò dagli eredi di Andrea Mantica a Cristoforo Cattaneo. I Cattaneo, che arrivarono a inizio Seicento a Pordenone come mercanti, salirono, passo dopo passo, tutti i gradini della gerarchia sociale del tempo, fino ad acquisire nel Settecento il titolo nobiliare di conti.

L’edificio di sinistra, con finestre preesistenti, ora cieche, reca tracce di fregi geometrici e decorazioni floreali stilizzate e tra il primo e il secondo piano una fascia di marcapiano con motivo ad archetti. Le decorazioni ad affresco della facciata, restaurate nel 1992 da Giancarlo e Giovanni Magri, portano sull’intonaco del paramento del sottogronda la data 1559. Si ipotizza che nella realizzazione di questa decorazione possa esserci la mano di Antonio Sacchiense (1515?-1576), nipote del più noto Pordenone.

Negli episodi a monocromo rimasti negli spazi del sottogronda si incontrano figure allegoriche come il Tempo alato fra cornucopie, mascheroni, teste di cavallo e panoplie tra spirali fitomorfe. Sotto corre un fregio a colori con grottesche, busti, sfingi, putti e altre figure allegoriche attorno allo stemma dei Mantica. Nell’ampio, ma assai rovinato, riquadro che appare nella parte inferiore a destra del palazzo, si intravede la scena epica di Milone sbranato dal leone. L’edificio di destra presenta il fregio del sottotetto con allegorie marine, putti alati, un drago e figure alate. Tra le finestre del secondo piano si presenta invece l’episodio di combattimento tra Valerio Corvino e un Gallo, attribuite alla mano di Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone (1483/84-1539). Una fascia marcapiano, riquadrata da finte colonne, presenta un fregio con elementi fitomorfi, cornucopie, cartigli e al centro un altro stemma dei Mantica con l’aquila imperiale e il leone su tre colonne.

La dimora viene ricordata nelle cronache cittadine per aver ospitato per una notte, nel 1797, il giovane Napoleone Bonaparte, che sostò a Pordenone lungo il percorso che lo avrebbe portato alle vittoriose battaglie in Friuli contro l’esercito austriaco, culminate poi col Trattato di Campoformido.

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Descrizione e cenni storici su Palazzo Montereale Mantica a Pordenone

Palazzo Montereale Mantica

Tra i primi abitanti, ma probabilmente non i fondatori del palazzo, furono i Mantica, una famiglia di mercanti che, nel XV secolo, da Como si trasferì a Pordenone.

Nel 1611, alla morte di Giovanni Daniele Mantica, ultimo rappresentante della dinastia, venne nominato suo erede il nipote Princivalle Montereale, con il legato di dover assumere il cognome Montereale Mantica.

Negli ultimi decenni del Seicento i Montereale Mantica si dimostrano piuttosto attivi nell'intervenire sull’edificio ed avviano una serie di trasformazioni volte al suo ampliamento. Queste modifiche interessarono principalmente la parte dell'attuale palazzo Ellero, che formava un corpo unico assieme a palazzo Montereale Mantica.

Nel 1725 l’immobile viene ereditato dai fratelli Giovanni Antonio e Gaetano, i quali si accordarono per separarlo in due nuclei distinti, gli attuali palazzo Montereale Mantica e palazzo Ellero.

La “Redecima” del 1740 documenta che a Giovanni Antonio spettò palazzo Ellero e gli eredi di Gaetano presero possesso di palazzo Montereale Mantica. Pochi anni dopo palazzo Montereale Mantica venne interessato da complesse operazioni di ristrutturazione, che gli restituirono una nuova facciata, aristocratica ed elegante, e un grande salone a doppia altezza con ballatoio.

Giovan Battista Pomo nei suoi Comentari urbani cita la dimora in occasione della visita del nuovo Vescovo di Concordia, invitato, il 13 maggio 1762, “a sentire un'Accademia di belle lettere e suoni in casa del nobile signor conte Ottaviano di Montereale- Mantica nella sua superba e nuova sala di stucchi”.

I lavori di sistemazione del palazzo dovevano essere sicuramente ultimati nel 1763, quando – in occasione delle nozze di Ottavio con Maria Elisabetta di Sbrojavacca – fu rifinita a stucco la camera nuziale, con gli stemmi delle due famiglie.

Per problemi finanziari, il palazzo fu venduto nel 1892 dai Montereale Mantica ai Benedetti.

Con la Prima Guerra Mondiale fu sede di un commando militare austriaco.

Nel 1944, dopo il bombardamento dell'Istituto Vendramini, vi si trasferirono le suore dell'Istituto che, dalla fine della guerra ospitarono al suo interno ragazze orfane. Alla famiglia era rimasto il corpo retrostante, sul cortile. Dal 1955 al 1964 il palazzo fu sede del Ginnasio-Liceo di Pordenone, ma nel 1964 venne dichiarato inagibile.

Il restauro conservativo, realizzato tra il 1983 e il 1986, ha riportato la dimora agli antichi splendori.

Oggi è la sede della Camera di Commercio di Pordenone.

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Descrizione e cenni storici di Palazzo Sbrojavacca a Pordenone

Palazzo SbrojavaccaNon si può stabilire con certezza la data di edificazione di palazzo Sbrojavacca, ma dallo studio delle sue facciate esterne e delle sue murature interne, eseguito prima dei restauri di inizio anni Duemila, si suppone che esso sia sorto alla fine del secolo XV, inglobando immobili preesistenti.

La famiglia Sbrojavacca arrivò a Pordenone nel 1740 e fin da subito si integrò all’interno della nobiltà cittadina. Il matrimonio del 1763, celebrato tra Elisabetta, figlia del conte Giacomo Sbrojavacca, e Ottaviano Montereale Mantica, una delle famiglie più potenti della città, consolidò ancora di più il loro potere.

Durante il periodo compreso tra il Cinquecento e il Settecento l’immobile fu interessato da diverse modifiche strutturali, attraverso le quali ottenne l’aspetto che ancora oggi conserva. Una prima fase interessò l'allargamento dell'edificio rinascimentale verso il cortile, il prolungamento della falda esistente e l’innalzamento di un muro perimetrale. In un secondo momento l'edificio raggiunse la forma attuale, sia per quanto riguarda la pianta che l'alzato.

Fra l'Ottocento e l'inizio del Novecento venne realizzato l'intervento che innalzò i due muri dello scalone monumentale, fino a raggiungere la copertura e qui venne realizzata una volta con cupola, dotata di oblò tondi per l'illuminazione.

Le pareti vennero dipinte a finto marmo da Tiburzio Donadon.

Contestualmente alla sopraelevazione del vano scale, venne realizzata la doppia altezza nel salone e la sua decorazione, realizzata con tecniche miste sempre da Donadon alla fine degli anni Venti.

Tra i personaggi illustri che soggiornarono al palazzo, le cronache cittadine riportano che nel 1791 la dimora diede alloggio all’Imperatore d’Austria Leopoldo, suo cognato Ferdinando Re di Napoli con la consorte e il figlio dell’Imperatore Ferdinando, Granduca di Toscana con la consorte.

All’inizio degli anni Duemila Palazzo Sbrojavacca ha subito un accurato intervento di consolidamento e restauro. È stato, assieme a palazzo Pera, la sede della Provincia di Pordenone.

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Descrizione e cenni storici sul palazzo Loredan-Porcia

Palazzo Loredan Porcia

Il signorile palazzo Loredan, gemello dell’adiacente palazzo Dolfin, ha un’impostazione strutturale classica, che richiama lo stile tipico dei palazzi veneziani, con finestre rettangolari o ad arco, disposte simmetricamente, e al centro un poggiolo a balaustre.

L’edificio è situato in quella parte di città, oggi Corso Garibaldi, che si è sviluppata a partire dal XVII secolo e che un tempo costituiva la Strada Regia Postale per la Germania. Venne realizzato, assieme al palazzo gemello, per i patrizi veneti Loredan e Dolfin. Il nucleo originario del palazzo risale al Cinquecento e probabilmente era costituito da un edifico rustico a un piano. A inizio Settecento, grazie a una sopraelevazione e una significativa trasformazione strutturale e architettonica, diventa la nobile residenza dei Loredan, nota come Ca’ Loredan.

Il piano terra, in origine destinato a magazzino, accoglie oggi l’antica osteria al Burchiello e conserva le caratteristiche travature del soffitto. Nel 1740 il luogotenente generale della Patria del Friuli, Pietro Priuli accettò in eredità l’immobile che, vent’anni più tardi, passò a Bertuzzi Contarini. Dal 1878 diventò proprietà della famiglia Porcia, che nel 1925 acquisì anche l’adiacente e identico palazzo Dolfin. La dimora è ricordata nelle cronache cittadine perché nel 1738 ospitò la principessa Maria Amalia di Sassonia e Polonia, diretta a Napoli per incontrare il suo futuro sposo dell’infante di Spagna Carlo, re di Napoli e Sicilia, futuro re di Spagna col nome di Carlo III.

In quell’occasione furono aperte quattro porte nei muri divisori per unire l'edificio con il gemello palazzo Dolfin. A ricordo di questo importante avvenimento vi è un’iscrizione sulla facciata dell’attiguo palazzo Dolfin.

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Descrizione e cenni storici sul palazzo Gregoris di Pordenone

Palazzo GregorisIl primo nucleo di palazzo Gregoris ha origini trecentesche, come testimoniano alcuni lacerti di affresco, emersi in fase di restauro, in una parete del loggiato interno. La dimora che vediamo oggi, il cui progetto sarebbe stato forse realizzato nella seconda metà del XVII secolo dall'architetto ticinese Domenico Rossi (1657-1737) attivo a Venezia, fu probabilmente costruita dall’antica e importante famiglia Gregoris. riconosciuta nobile nel 1447 dal duca Alberto d'Austria.

L'imponente facciata viene resa leggera da balconi, ampie finestre, archi e mascheroni, distinguendosi notevolmente dalle facciate delle case affrescate che sorgono numerose lungo la via. Il prospetto principale è sormontato dal grande stemma lapideo di famiglia Gregoris, con sottostante cartiglio dedicatorio.

La dimora è sontuosa e con le sue dipendenze – la corte interna chiusa su tre lati da un loggiato a tre piani e il cortile posteriore – occupa una superficie di circa 1500 metri quadrati, dei quali un migliaio coperti. Estintosi il casato nel 1853, il palazzo fu venduto nel 1858 e si frantumò in varie proprietà. Dal 1889 è sede della Società Operaia del Mutuo Soccorso di Pordenone.

Descrizione e cenni storici sulla piazza centrale di Pordenone

Piazza CavourInizialmente la piazza era chiamata Piazzetta di Sopra perché posta all’esterno della Porta de Sora (o porta trevisana, o porta delle Beccarie (perché nei pressi si macellavano gli animali), o porta della Bòssina) e della porta detta Torretta dell’orologio che chiudevano la città a nord e introducevano alla via principale della Contrada Maggiore.

Presso la Torretta dell’orologio era probabilmente il ponte levatoio, presumibilmente in legno, anticipato da due piramidi ai lati; un secondo ponte, tra la Torretta dell’orologio e la porta trevisana superava il fossato di collegamento tra le due rogge provenienti da nord che circondavano a ovest e a est la città, rispettivamente la roggia Codafora e la roggia dei Mulini.

Gli edifici che sorsero attorno alla piazza all’inizio erano piuttosto modesti e solo alla fine del XVII sul lato nord venne costruito l’elegante palazzo Badini in stile veneziano.

Lo spazio costituì da sempre un importante punto di passaggio che collegava la via per chi veniva da nord e da Treviso alla Contrada maggiore e inoltre punto di diramazione delle strade che portavano ai borghi di S.Antonio da una parte e della Colonna dall’altra.

Successivamente, nel primo ventennio dell’800, la costruzione della strada regia postale, tracciata lungo la Roggia dei Mulini in direzione del Noncello, diede ancora più rilievo alla piazza come snodo di ulteriori vie di percorrenza; la piazza ebbe le denominazioni di piazza Centrale, nel 1882 di piazza Cavour e durante la prima guerra mondiale quello di Von Belw-Strasse.

Fino al 1909, quando fu pavimentata, la piazza era in terra battuta e al centro vi era una pompa per l'acqua funzionante a mano.

Oggi la piazza è ancora, se non di più, un punto importante di passaggio che connette Corso Vittorio Emanuele II e Corso Garibaldi, Via Mazzini che porta alla Stazione, e la via che conduce nell’adiacente Piazza XX Settembre.

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Descrizione e cenni storici sulla piazza del mercato di Pordenone

Piazza della MottaLo spazio dell’odierna Piazza della Motta era in origine un’area non urbanizzata appartenente al Castello di Pordenone, denominata “prà del castello", che i cittadini nel 1583 chiesero al governo veneto di trasformare in piazza, realizzata poi nel 1592 e adibita già dal 1594 a spazio per il mercato soprattutto di animali.

Sull’area, cui si accedeva dalla Piazzetta del Moto (ora via della Motta) si affacciava a ovest, fin dalla prima metà del XV secolo, il convento dei Frati Minori conventuali di San Francesco edificato su volontà di Francesco Ricchieri su un terreno del castello concesso dal Capitano.

Nel corso dei secoli XVII-XVIII la piazza cominciò ad assumere l’aspetto che conosciamo anche oggi: l'area venne rivestita di ciottolato e sorsero probabilmente le modeste casette che chiudono il lato est della piazza.
Nella seconda metà del XVIII secolo sorsero il Palazzo del Monte dei Pegni e il Palazzo Galvani-Damiani, ora Casa di Riposo Umberto I. Fu da allora che la piazza, finalmente chiusa da ogni lato (il cosiddetto “nobile interrompimento”, anonimo edificio porticato che chiudeva il lato nord tra il convento di San Francesco e il Monte dei Pegni, fu demolito nel 1960), divenne parte integrante della vita e del divertimento dei pordenonesi. Al suo interno ci furono corride di tori e cani, partite di calcio, partite di pallacorda, carnevali con danze popolari, i tradizionali falò dell’Epifania, mostre di animali esotici, spettacoli di ambulanti e partite di tombola.

Nel corso dell’Ottocento la piazza venne denominata “piazza del grani” per via del pubblico granaio, posto all'ultimo piano del Palazzo del Monte di Pietà, affacciato sulla piazza.

Negli anni Sessanta del Novecento al centro della piazza fu collocata una fontana circolare con una scultura bronzea di San Francesco, opera dello scultore Pietro Sam. Nel 2002 la fontana venne eliminata a causa del suo cattivo stato conservativo e la statua è stata traslata in via della Motta davanti alla chiesa di San Francesco.

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Descrizione e cenni storici sulla piazza di Pordenone

Piazza RisorgimentoPiazza Risorgimento sorge nelle immediate vicinanze del centro storico, in un’area compresa tra viale Dante (tracciato nel 1938-39 come circonvallazione della città) e via Santa Caterina, un tempo terreno di proprietà dei Cossetti che vi avevano villa e casa colonica.
Venne ideata da Ezio Cerutti (1911-1990) che nel 1955 venne chiamato dall’amministrazione pubblica a realizzare il progetto del Piano Regolatore.

Nella piazza, oltre a consuete funzioni abitative, si insediarono numerosi uffici tra i quali l’INPS, l’INA, l’INAIL, il Catasto, le Poste e la sede della Provincia e venne collocato anche il capolinea delle linee di corriere della città. Il progetto avrebbe dovuto trasformare questo spazio in un’importante porta d’accesso alla città e rappresentare le trasformazioni del nuovo corso socio-economico del primo dopoguerra.

Il disegno urbano di Cerutti, milanese e di fede razionalista, è fortemente influenzato da un certo monumentalismo, legato a esperienze di progettazione di grandi spazi urbani. Nel contesto pordenonese, le dimensioni delineate dal suo disegno finiscono per tradursi in un spazio poco coerente rispetto alle reali dimensioni della città. Negli anni successivi alla sua realizzazione, piazza Risorgimento incominciò un lento e progressivo declino.

Tra il 1994 e il 1995 la piazza è stata rammodernata e abbellita grazie agli interventi promossi dal Comune. Nel 2005 si decise di modificare il senso di marcia delle vie che la delimitano e nell’aprile del 2008 l’Amministrazione trasferì il capolinea delle autocorriere nel nuovo terminal adiacente alla stazione ferroviaria. Tale cambiamento ha creato le condizioni per poter ripensare concretamente all’assetto della piazza e per poterla reinterpretare in rapporto ai reali bisogni della contemporaneità.

Oggi piazza Risorgimento, grazie a iniziative promosse dall’amministrazione pubblica e da associazioni formate da residenti e commercianti, è stata trasformata in un punto d’incontro accogliente e piacevole per tutti i cittadini di Pordenone.

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pubblicato il 2018/12/11 16:26:00 GMT+1 ultima modifica 2022-09-05T13:53:06+01:00
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